Questa settimana di ottobre è iniziata nel peggiore dei modi.
A parte il freddo, che quello oramai ci s’è abituati, ma lunedì è morta una mia carissima amica di 26 anni, a causa di una patologia degenerativa e incurabile, che se l’è praticamente mangiata tutta nel giro di pochi anni.
L’esperienza dolorosa della morte di un’amica l’avevo già vissuta quando avevo 12 anni, nel 1992, lei a 16 anni è stata portata via da un cancro alle ossa e quest’esperienza ha segnato la mia vita perché per anni ho inalzato un meccanismo di difesa, falsa difesa, nel senso che evitavo di affezionarmi alle persone perché pensavo che l’affetto portasse solo sofferenza. Nulla di più sbagliato, ho perso 4 anni della mia vita per niente, per fortuna ho incontrato persone più cocciute di me, che mi hanno dimostrato ampiamente che le emozioni e l’affetto sono cose da difendere, non da cui difendersi e adesso sono contenta di essermi aperta all’affetto, all’amicizia, e all’amore degli altri.
Ho capito che la morte fa parte della vita, ho imparato a razionalizzare, ho capito che in tutti e 2 i casi specifici delle amiche che ho perso prematuramente, la loro non era assolutamente più vita. Tutt’e due se ne sono andate patendo le pene dell’inferno, e che per quanto loro abbiano combattuto fino alla fine, era arrivato un momento in cui la guerra non era assolutamente più ad armi pari ed era tutto a loro svantaggio.
Io so che questa ragazza appena morta, ora mi manca davvero molto; so che non riceverò più le sue mail, i suoi quiz su facebook, non mi dirà più “ma guarda dove vai”, non mi darà più i cazziatoni né mi spronerà quando ho le mie cosiddette crisi da disabile dalla nascita o quelle rare volte che ho incomprensioni col mio ragazzo. Ma so alla perfezione che, se avesse continuato a vivere, non sarebbe mai più stata quella di prima, la malattia l’avrebbe completamente distrutta comunque.
Io quello che chiedo adesso, da tutti, è di essere rispettata, in questa fase. Chiedo che la si smetta di dirmi “stai tranquilla che la tua amica è in cielo”, “lei dal cielo ti osserva, lei è un angelo” e quant’altro. Non c’è consolazione, di fronte a un dolore così grande, specie quando come in questo caso la persona se non fosse stato per la malattia, avrebbe avuto tutta la vita davanti, e ancora ha continuato a credere nella vita fino all’ultimo. L’unica cosa che può permettere di farsene una ragione, è che ha smesso di patire, almeno. Ma la ragione si accompagna anche alla rabbia, perché cazzo una persona che non ha fatto male a una mosca ha patito le pene d’inferno, mentre i pedofili e gli stupratori sono sì in carcere ma in una cella per conto suo e con la televisione.
Perciò dico io i vostri paradisi e i vostri angioletti, teneteveli se vi fanno piacere, io l’unica cosa che posso sperare, concretamente, è che la ricerca scientifica vada avanti e che si possa un domani arrivare a curare queste cazzo di malattie, anche se so benissimo che sono proprio quelli del vaticano, e che difendono gli angioletti e i paradisi, che la ricerca scientifica la mettono sempre in difficoltà; forse non si ricordano che se proprio dovesse esistere un paradiso lo si vede solo dopo morti, ma lo scopo per cui dobbiamo vivere è quello di progredire qui, non di raggiungere di là, e che cazzo.
