Per la serie “pane al pane, vino al vino”, oggi il ciecomatto si occupa dei neologismi. Quei paroloni inventati, a detta di qualcuno, per non offendere la sensibilità dei disabili ma che invece finiscono per prenderli ampiamente per il culo.
Il titolo di questo post dovrebbe chiarire il concetto; dire “diversamente abile” a un disabile, è come dire “diversamente intelligente” a uno stupido!
Sabato 6 settembre, alla manifestazione degli scacchi in piazza a cui ho partecipato, lo speaker Giorgio prima della partita simultanea ha detto che gli scacchi sono un gioco privo di barriere (GIUSTO!) a cui possono partecipare anche i diversamente abili (ERRORE!)
In realtà, ci chiamiamo disabili!
Si parla tanto di accessibilità e superamento delle barriere. Nel web come nella vita reale e allora? Perché dobbiamo crearci gli ostacoli proprio nello strumento primario della comunicazione, e cioè la lingua parlata e scritta?
Purtroppo al giorno d’oggi, e temo solo in Italia, parlando di persone affette da disabilità si fa largo uso anche nei documenti ufficiali di parole quali “diversamente abile”, “diversabile”, “portatore di handicap”, “normodotato”, o simili.
Per quanto chi le ha inventate si è prefisso lo scopo di non offendere la sensibilità altrui, queste parole finiscono per essere un compatimento nei confronti della persona.
- chi ha il diritto di stabilire che cosa per un disabile è offensivo e cosa no, se non lui?
- ogni persona, disabile o no, ha capacità e difetti che sviluppa tramite la propria esperienza di vita; “diversamente abile” starebbe a dimostrare come “nonostante tutto” uno ce la faccia. Come fosse scontato che un disabile, nella vita, _non_ ce la debba fare perciò vada evidenziato che lui “ce la fa in modo diverso” quando invece, l’importante è che quella persona sia utile a se stessa e agli altri e il deficit fisico o mentale esiste, è inutile nasconderlo dietro a una parola.
Dicendo a una persona che è “diversamente abile” o “portatrice di handicap”, è come se ci ponessimo su una sorta di piedistallo giudicante (dall’alto della nostra condizione di “normalità”, concetto quantomai relativo) e attribuissimo una sorta di “sfortuna” agli altri.
Portatore di handicap poi…come se l’handicap, o disabilità o deficit come lo si voglia chiamare, sia un fardello. Un peso che uno si porta sulle spalle tipo croce di Gesù quando invece è “semplicemente” una situazione con la quale una persona convive. Una mancanza, senza dubbio, un deficit, detto alla latina, ma che non sempre viene vissuta da chi ce l’ha come fosse un peso, uno svantaggio, un problema per gli altri. Quindi, che diritto hanno gli altri a considerarla tale? Per questo, tra cieco e non vedente, è preferibile dire cieco. Chiamare la cosa con il proprio nome; la realtà oggettiva, il dato di fatto…però purtroppo, nella cultura italiana, si vuole troppo pensare alla teoria piuttosto che alla pratica allora, ecco i neologismi compassionevoli ma guai a fare un semaforo acustico in più!
Però noi italiani siamo artisti, in questo. Basta guardare come definiamo gli uomini che hanno problemi di erezione. IMPOTENTI.
Ma nessuno mai si è posto il problema di approfondire il significato di impotente? Vuol dire, non poter fare assolutamente nulla. “sono impotente”, si dice di solito di fronte a un lutto; “non ci si può far nulla”
In pratica, si contribuisce a distruggere psicologicamente un uomo che nemmeno se ne rende conto!
Ma è davvero così difficile chiamare le cose con il proprio nome?free my big fat greek wedding
Diversamente abili, diversamente intelligenti
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stiamo parlando e scrivendo della stessa cosa, la pensiamo allo stesso modo, anche se non è la prima volta! altrimenti invalida uno m’ha chiamata una volta, ci stava provando e voleva essere, secondo lui, meno offensivo, come se fosse una cosa appunto d nascondere, e a molti alla fine gliela fanno venire proprio queste parolone del cavolo che, diciamolo, sono state seminate da chi non ha fatto informazione giusta finora, anzi, ed ora si raccoglie questo unici frutti: la confusione, l’ignoranza e l’emarginazione (quest’ultima addirittura perchè molti, non sapendo come chiamarci ci evitano per non commettere errori).
ciao laura
Mi permetto di segnalare questo articolo che tratta lo stesso tema in manera ancora piu’ “radicale”…
http://bradipo-tales.blogspot.com/2008/09/diversamente-razzisti.html
Hai perfettamente ragione. Ho come l’impressione che le persone “normali” usino questi insulsi giri di parole soltanto per sentirsi in pace con sé stesse. Del resto, come dici anche tu, i neologismi costano meno dei semafori acustici!
Ciao, Guido
MINISTRO GELMINI, QUELL’ESPRESSIONE NON VA ………E NON SOLO
Alla cortese attenzione dell’onorevole Mariastella Gelmini
e p.c. Presidente CNUDD Prof. Paolo Valerio
Oggetto: osservazioni sull’espressione “studenti diversamente abili” utilizzata nel decreto per i criteri ripartizione stanziamento per interventi studenti diversamente abili anno 2008
Illustrissimo Sig. Ministro,
sono un operatore che lavora da anni nel campo della disabilità e in particolare nei Servizi universitari di supporto agli studenti universitari con disabilità.
Le scrivo sollecitato dalla lettura del Decreto Ministeriale 28 agosto 2008 prot. n. 159/2008, da Lei firmato, in cui campeggia l’espressione “studenti diversamente abili”, sulla quale vorrei proporLe alcune brevi considerazioni.
Mi permetta di partire da una frase illuminante di Giuseppe Pontiggia apposta come dedica a un suo bel libro: «A tutte le persone disabili che lottano, non per diventare uguali agli altri, ma se stessi». Tale dedica ci interpella tutti, nessuno escluso.
In nessun ambito della vita le parole sono chiacchiere, tantomeno nell’ambito del sistema formativo formale (quello di Sua competenza come Ministro): nella correzione dei temi contano perfino gli accenti e gli apostrofi, si immagini quindi il peso specifico delle parole! La mia non vuole essere una mera disputa lessicografica o semantica, nell’uso di certi termini sono in ballo questioni più profonde, che concernono il rispetto vero delle persone, delle loro storie di vita e della loro condizione esistenziale.
L’espressione “studenti diversamente abili” è sempre più diffusa nel mondo dell’informazione e della politica, ma moltissimi fra i più competenti, preparati e appassionati operatori italiani nell’area delle disabilità hanno eccepito vigorosamente su di essa. Le riporto alcuni esempi: la teologa Adriana Zarri scrive che questa «ridicola e ipocrita definizione rappresenta il colmo dell’imbarbarimento e, in fondo, dimostra una mancata accettazione di uno stato di difficoltà»; Andrea Pancaldi parla di termine «carico di ambiguità»; il giornalista Franco Bomprezzi denuncia una «deriva linguistica che, nell’enfatizzare le capacità di alcuni, ignora le persone con maggiori difficoltà». Carlo Giacobini, poi, descrive il “neologismo” con acuta ironia come «un ansiolitico linguistico, utile al massimo a mettere in pace la coscienza di coloro che non si sono mai fatti carico sino in fondo di questi problemi».
Personalmente ritengo che si tratti di un tentativo maldestro di “sdoganare” le disabilità, rimuovendo (o se si preferisce camuffando) le difficoltà reali che assillano giorno per giorno gli studenti universitari con disabilità. Invece di lottare per affermare nella prassi quotidiana il diritto all’uguaglianza di opportunità, si inseguono goffamente modelli efficientisti ed estetici. Qualcuno potrebbe obiettare che l’espressione mira a valorizzare le abilità residue (quando ci sono), il che è sicuramente doveroso ma ha come indispensabile presupposto il riconoscimento leale e oggettivo delle limitazioni delle attività, non la loro rimozione attraverso operazioni di ‘cosmesi comunicativa’.
L’inserimento e l’inclusione sono possibili, da una parte, mediante provvedimenti amministrativi che favoriscano i progetti di vita indipendente di ciascuno (e quindi mettendo in campo investimenti); dall’altra, attraverso processi culturali di accettazione lunghi e complessi, che non solo non passano attraverso la proposta di nuove e ambigue definizioni ma possono addirittura essere da esse ostacolati.
Gli studenti universitari con disabilità hanno bisogno di servizi, e non di questi biglietti da visita ingenui, e anche fuorvianti.
Infine, vale la pena ricordare che il termine diversamente abile non ha nessun rigore scientifico, né alcuna valenza sul piano legislativo ed è intraducibile in altre lingue. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, che il 22/5/2001 ha approvato la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute, suggerisce di usare il termine “persone disabili” o “persone con disabilità”.Mi auguro, Sig. Ministro, che non voglia liquidare questa mia lettera come un semplice esercizio di pedanteria e puntigliosità semantica, ma intenderla come un piccolo contributo sulla strada da percorrere per la piena promozione dei diritti di cittadinanza delle persone con disabilità e per la creazione delle condizioni perché possano essere se stesse e non quello che noi vogliamo che siano.
E allora, mi creda Sig. Ministro, tutti noi saremo più autenticamente noi stessi.
Napoli 19/01/2009
Carmine Rizzo
si avevo letto questa lettera su http://www.disablog.it
sono felice di non esser da sola a combattere contro quest’abominio del politically correct!
Purtroppo in Italia qualsiasi cosa è “filtrata” dalla politica…… e qui si scopre che questi modi di fare e dire sono tipici della sinistra, che iniziò a “leccare” i disabili per un voto…… Ne so qualcosa, ma non voglio espormi.
Ultimamente non si può più dire “negro” in quanto segno di disprezzo………..la parola negro è contemplata nei nostri vocabolari ed è utilizzata normalmente per definire un determinato colore (per esempio in ambito alimentare). Ora la sinistra combatte la parola negro solo perchè pochi stupidi l’hanno utilizzata in senso dispregiativo…..quindi tale parola non va usata, seenò diventi razzista…. e ciò vuole dire che se vedo un africano sarò costretto a chiamarlo “diversamente bianco”….. o cose simili……. è ora di smetterla. A proposito, io sono basso di statura e vengo definito “tappo”, oppure “nanerottolo”…… e non sono l’unico a sentirmi dire certe cose, ma non ci faccio caso……. chissà mai che la sinistra si farà avanti per farmi definire “diversamente alto”…..
la destra, la sinistra, ma la smettiamo?
Io non sono di sinistra, però ritengo in pieno che l’ipocrisia non abbia né nazionalità né partito
le teste di cazzo son teste di cazzo perché i loro genitori son teste di cazzo e le hanno concepite perché, appunto, essendo teste di cazzo, il preservativo lo hanno messo per proteggere il posto sbagliato.
Quindi…
io non trovo giusto etichettare certi atteggiamenti solo a certi gruppi politici, ma all’ignoranza diffusa.