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Ne approfitto. Questo è il mio blog, il mio spazio, perciò pubblico un articolo scritto a fine 2007 il nostro ex-governo e l’unione ciechi nazionale hanno avuto la “brillante” idea di organizzare una cena al buio, l’unione ha invitato politici e giornalisti per sensibilizzare, a loro dire, sul problema. Mah…
Ora, sempre ammesso che venga eletta, farò quest’anno parte del consiglio della mia sezione UICI locale. Con la speranza di mettere almeno una piccola pietra, per costruire la difficile strada del cambiamento: non mi illudo, ma se le cose dovessero andare male almeno posso dire di averci provato.
Ho letto con amarezza e delusione su molte testate giornalistiche di un evento organizzato dall’unione ciechi e ipovedenti, assieme a politici e giornalisti: una “cena al buio” avvenuta a dicembre del 2007.
Il presidente dell’Unione ciechi, dal quale NON MI SENTO AFFATTO RAPPRESENTATA, ha organizzato questa “cena al buio” con i politici, i quali hanno accolto l’iniziativa con entusiasmo, prendendola come una “sensibilizzazione verso il problema”
Io sono cieca dalla nascita e posso garantire che non è affatto così semplice far capire alle persone i problemi reali di chi ha perso, o non ha mai avuto, la vista anzi una “cena al buio” arriva addirittura a confondere le idee e dare messaggi poco veritieri o, per lo meno, incompleti.
Per carità, questa può essere una cosa DIVERTENTE, di INTRATTENIMENTO, “un’emozione forte” per un vedente, durante una manifestazione per disabili. Ma a mio avviso si può paragonare a un’attrazione, né più né meno della sala degli specchi o il castello delle streghe, con tutti i suoi effetti ottici e uditivi, presenti in qualsiasi parco divertimenti d’Italia e nel mondo anzi la dovrebbero mettere nei luna park, anziché la sedia elettrica come ha fatto qualcuno. Ma comunque sono cose che non hanno assolutamente a che vedere con la sensibilizzazione né tanto meno con la vita quotidiana di chi vive il problema sulla propria pelle.
Mi sento delusa quando leggo quanto entusiasmo appaia negli articoli di giornalisti che scrivono frasi come queste:
[...]
Ogni tanto tocchi la persona che ti sta accanto, lei tocca te. Senza imbarazzo né contaminazione: in quel cercare mani si chiede e si dà rassicurazione. All’inizio, cenare al buio ti fa sembrare d’essere anche sordo.
E per parlare urli come se l’oscurità fosse un ostacolo fisico da contrastare. Poi allunghi le mani a cercare le forchette, il tovagliolo, il bicchiere, l’acqua e il vino. Mangiare, bere.
[...]
Queste tremende sensazioni in realtà non vengono provate da tutti i ciechi. Non quelli, almeno, che come me lo sono dalla nascita, o chi lo è diventato da bambino: le prova una persona appena diventata cieca, o che stia gradualmente perdendo la vista, soprattutto in età adulta. Purtroppo, tale persona si ritrova a dover vivere con 4 sensi all’improvviso quando madre natura l’ha fatta nascere con 5, abituandola fin da subito a usufruire di tutti e 5. Di conseguenza, avendo imparato a usare l’occhio come canale fondamentale, questa persona si ritroverà inevitabilmente perduta. Però, c’è un però: anche in questo caso, chi in mesi, chi in anni, riesce comunque ad adeguarsi alla nuova vita. In molti casi, per fortuna, viene da sè anche la determinazione e l’amor proprio (“caspita, possibile che debba mangiare con le mani come un maleducato”…) e allora si inizia ad adottare l’ausilio del pane, come andrebbe fatto in ogni caso! Si inizia a versarsi l’acqua usando meno il dito e ascoltando il rumore del liquido che riempie il bicchiere, ecc.
Quei disagi provati dalle persone alle cene al buio, sono disagi che i ciechi SUPERANO! Disagi per i quali la sensibilizzazione NON SERVE, o comunque serve fino a un certo punto, quel che basta per non guardare di storto uno che intinge le dita nel piatto, magari perché è appena diventato cieco e deve ancora entrare nell’ordine delle idee. E comunque io personalmente, e non credo di esser l’unica, quando vedo che da più parti l’unica cosa che si fa “per sensibilizzare” è la cena al buio, mi sento veramente offesa come persona, perché sento come se si voglia paragonare tutti i ciechi, o comunque chi ha difficoltà visive, a persone che quotidianamente si trovano in difficoltà a mangiare e bere, che urlano quando parlano e mettono le mani dappertutto! MA SCHERZIAMO?
Questo non offende solo me e tutti gli altri come me. Offende anche tutte le famiglie, miei genitori compresi, che hanno fatto mari e monti per educare i loro figli ciechi a stare a questo mondo come si deve, insegnando loro a non toccare il cibo o non allungare le mani sulle persone a sproposito, perché la mano aiuta ma non sostituisce l’occhio al 100%, e perché qualora il cieco si comportasse con il dito indagatore sul piatto o la mano lunga sul vicino, la reazione dei vedenti è sempre e comunque di commiserazione: povero cieco. Mentre se lo facesse un vedente, gli si direbbe povero maleducato quando, in realtà, povero maleducato sarebbe da dire a entrambi. A meno che, appunto, non si tratti di una persona appena diventata cieca e che non ha avuto modo ancora di rieducarsi.
I disagi su cui i politici dovrebbero entrare molto più intensamente, invece, e far parlare i giornali non solo quando il singolo cieco fa la denuncia eclatante, sono quelli che NON SI SUPERANO con una rieducazione o un corso di computer o un convegno antidiscriminazione.
Sono quelli con cui dobbiamo fare quotidianamente i conti. E più vogliamo integrarci nel mondo, più questi disagi ci mettono i bastoni tra le ruote (come se già di bastone, accorciabile leggero o vibrante, non ce ne avessimo già uno che basta e avanza!)
Un cieco che si muove da solo. Con bastone o cane, con o senza l’ausilio di un navigatore satellitare vocale:
deve fare quotidianamente i conti con le strade sconnesse, i marciapiedi inesistenti o malcostruiti, le buche, i cantieri incompiuti, le macchine bici o motorini parcheggiati alla carlona, la gente che passa col rosso, gli omaggi lasciati dai cani domestici accompagnati da padroni maleducati, i quali poi sono i primi a trovare da ridire quando vedono un cieco accompagnato dal cane-guida il quale è, invece, abituato a lasciare i suoi omaggi dove il padrone sa che non possono dare noia. Oppure, come successo a un mio caro amico affetto da aids, alcuni ciechi si trovano a dover rinunciare a servizi importanti, come l’essere portati in ospedale in ambulanza, perché il personale di servizio non accetta i loro accompagnatori quadrupedi. Quando, magari, poco prima sulla stessa ambulanza è salito un qualcuno che era mesi che non si lavava e il cane invece, proprio per il servizio che deve svolgere, risulta essere igienicamente in regola.
Insomma, dobbiamo quotidianamente scontrarci con tutte cose che si potrebbero evitare, se solo “dall’alto” (comuni in primis) facessero rispettare di più le leggi vigenti, e se, soprattutto, le associazioni “di categoria” puntassero di più su questi obiettivi, anziché fermarsi a mangiare e bere coi politici. Per non parlare poi dei semafori acustici mancanti, dei bancomat senza supporto vocale, dei mezzi pubblici anch’essi senza alcun supporto, l’assenza di percorsi tattiloplantari di riferimento sulle strade, e chi più ne ha più ne metta.
D’accordo. Del cibo e dell’acqua, non si può fare a meno.
Ma per trovarlo, il cibo e l’acqua, bisogna guadagnarselo.
E per guadagnarselo, bisogna lavorare (non solo rispondendo al telefono o facendo massaggi o insegnando musica) perché comunque al giorno d’oggi la tecnologia permette al cieco di fare attività professionali che fino a vent’anni fa poteva sognarsi (io sono sviluppatrice di siti web di professione, effettista audio per hobby) e quindi si può uscire dagli stereotipi e permettersi, se solo si volesse, di soddisfare i nostri sogni e passioni.
Ma per permettere tutto ciò, l’integrazione a 360 gradi, è necessario che tutti i cittadini rispettino le leggi, che si sia a conoscenza dei veri pericoli presenti sulla strada, bisogna permettere al cieco di potersi muovere in autonomia altrimenti, come lavora?
L’accompagnamento e la pensione dello Stato, OK, i genitori o familiari vedenti, ma la dignità dov’è? Dov’è la dignità di dire: sono cieco, ma ho un lavoro che mi piace e possibilmente vado a mangiare quando, dove e quello che mi piace?
Per questo l’esperienza della cena al buio è assolutamente fuorviante. Nella stanza si è comunque accompagnati, per raggiungerla intendo. Poi dentro, un cieco paradossalmente accompagna chi vede…ma si è sempre aiutati. E allora, perché non fare un percorso, senza alcun aiuto, una persona alla volta, dalla stazione Termini per esempio al ristorante? O perché non organizzare lo stesso un percorso a occhi bendati, in un’azione utile che potrebbe fare un cieco, come far la spesa al supermercato, prelevare da un bancomat, prendere un treno e dover quindi fare pure i conti eventualmente con l’assistenza disabili?
Forse al cieco anziano non interessa tutto questo, i maggiori capi dell’unione ciechi, da cui ripeto non mi sento rappresentata, hanno una loro età, possono non avere più determinate ambizioni. Possono non vedere (appunto!!!) ciò che serve realmente.
E’ troppo facile parlare d’integrazione davanti a un piatto, anche se è in una stanza al buio. Dopo l’imbarazzo iniziale si mangia si beve e ci si diverte pure…poi, quando si esce da quella stanza, tutto torna come prima. Eh no. Mi spiace, per noi ciechi non è così.
Io sono pure una gran buongustaia e dico che a tavola, scuro o non scuro, ci sto benissimo. Però poi, quando mi alzo e mi ritrovo che fuori dal locale dove mangio mi parcheggiano le moto sul marciapiedi, o trovo che un amico peloso a 4 zampe è stato così gentile da farmi un regalo, recapitato direttamente sotto la mia scarpa, ho poco da ringraziare chi mi ha pagato da mangiare e da bere.pay it forward movie download
sarò sincera: questa mail è stata la più bella e intelligente di fine 2007 ma finora anche del 2008, complimenti.
inutile sottolineare che anch’io non mi sono mai sentita rappresentata da chi continua a mangiare al buio, nonostante l’età avanzata di chi partecipa a queste grottesche iniziative inutili e costose, di solito prevede una minestrina.
eppure sono la onlus non profit più ricca d’italia, prendono fondi e ricevono donazioni e lasciti da ricchi solitari morenti, tanto da farli entrare nelle top ten europee di più potenti proprietari immobiliari, quasi subito dopo il vaticano.
eppure è solo quest’anno che un bancomat ha cominciato a parlare, mentre al casello in autostrada si paga con carta di credito e sintesi vocale da più di 20 anni, ma non mi dilungo, direi solo cose vecchie, anche se mai vecchie come le loro classi dirigenti, quelle che governano il “jurassic pork”, e sono contenta che ci sia qualcun’altro fuori dal loro pollaio, quel pollaio così pieno di gente orba come noi che legge ma mai si esprime pubblicamente, seguendo la politica egoista e ipocrita del “tutto di nascosto”, seppur rimanendo a digiuno, ciao laura
ho appena letto questi sfoghi e, pur essendo vedente, sto vivendo in parte tutto ciò nel seguire una bambina “molto ipovedente”. avete ragione: intorno ad un cieco ci sono tante cose che si muovono ma poco di tutto ciò riesce ad incontrarlo.
è più ciò che si riesce a captare per vie traverse che quello che viene direttamente da chi o cosa è preposto a divulgare e far arrivare a voi utenti finali. un cieco secondo me ha bisogno di persone che gli parlino, gli chiedono un parere prima di organizzare “progetti” che, anche a parere mio, forse servono soprattutto a far girare l’economia. Molte cose vengono fatte senza dubbio in buona fede ma ciò che manca è forse il collegamento; troppe iniziative con testa senza coda!